ambrogio

Magazine ottobre 1997

Trimestrale di informazione e di discussione culturale a cura dell'Archeoclub di Roma

AMBROGIO VESCOVO MENEGHINO NATO DA GENITORI ROMANI

Mentre si conclude a Milano l'Anno Santambrosiano

L’Anno Santambrosiano, con il quale i Milanesi hanno voluto festeggiare in modo tutto particolare, il loro celebre vescovo e patrono Sant’Ambrogio in occasione del XVI centenario della sua morte, volge ormai a termine. Peccato che alle celebrazioni di Milano non si sia unita anche Roma che avrebbe avuto almeno due buoni motivi per farlo! Prima di tutto, perchà © il santo vescovo meneghino era romano! Benchà ©, infatti, fosse nato a Treviri (l’antica Augusta Trevirorum, in Germania dove il padre risiedeva come prefetto del pretorio delle Gallie), egli apparteneva alla gens Aurelia, una delle più illustri e potenti casate dell’aristocrazia dell’Urbe. E a Roma, nella nobile dimora della famiglia, egli visse fino alla maggiore età, compiendovi tutti gli studi e rivestendovi i primi gradi della carriera pubblica. Nella stessa Roma ne rimane oggi il ricordo, affidato agli affreschi con scene della sua vita dipinti da Masolino da Panicale (e recentemente restaurati) nella cappella di Santa Caterina a San Clemente, sul Celio.
Il secondo motivo del coinvolgimento della nostra città nelle celebrazioni ambrosiane sarebbe stato nel fatto che il vescovo della più importante diocesi del mondo occidentale, quale era allora quella di Milano, capitale dell’impero romano d’Occidente, contribuì in maniera determinante alla definitiva affermazione del primato del vescovo di Roma, ossia del papa, in quanto successore di Pietro. «La chiesa di Roma è alla testa di tutto il mondo», scriveva in una lettera agli imperatori del momento, incrollabilmente certo della supremazia della Città Eterna e della sua durata. Del resto, tutto l’impegno che Ambrogio mise nell’eliminazione d’ogni residuo di paganesimo e nel combattere le eresie, andava in quella direzione, fondato com’era sul concetto dell’identificazione del cristianesimo con la maestà dell’impero e della Chiesa universale con la città che dell’impero era rimasta simbolo e sacrario. Sicchà © la fede doveva coincidere con l’amor di patria e l’osservanza religiosa far parte dei doveri del cittadino il quale, a sua volta, poteva essere un vero romano solo in quanto buon cristiano.
Alla luce di questi principi, non è azzardato pensare che nel 381, sia stato lo stesso Ambrogio ad ispirare, se non a suggerire (o addirittura a richiedere) all’imperatore Graziano - che nel vescovo aveva il suo «direttore spirituale» - un provvedimento che, ancora una volta, ebbe a che fare con Roma: la rimozione dalla Curia del Senato del simulacro della Vittoria. Una statua che nel III secolo a.C. Pirro aveva portato a Taranto dall’Epiro; che i Romani avevano tolto ai Tarantini sconfitti dopo la loro ribellione; che Augusto, vinti ad Azio Antonio e Cleopatra, aveva fatto collocare nella Curia come simbolo - e garanzia - delle fortune di Roma E da allora, per quattrocento anni, non v’era stata seduta del Senato senza che ciascuno dei senatori, entrando nell’aula, non avesse lasciato cadere una manciata d’incenso sul fuoco dell’altare che si trovava davanti alla statua.

La decisione dell imperatore (che sopprimeva anche il finanziamento statale agli antichi collegi sacerdotali e alle Vestali) suscitò la reazione sdegnata dei senatori pagani i quali, ancora in maggioranza e invano contrastati dai colleghi cristiani, affidarono per due volte al loro esponente più rappresentativo, Quinto Aurelio Simmaco, l'incarico di chiedere all'imperatore la revoca dei suoi decreti. Andata a vuoto la prima missione, la seconda fu ricevuta, a Milano, nella primavera del 384, dal successore (e fratello) di Graziano, Valentiniano II appena quattordicenne, e dall'imperatrice-madre Giustina. Il prudente ma appassionato discorso di Simmaco fu tutto teso a rivendicare la necessità che si rispettasse la tradizione, non s'offendessero i fedeli dell'antica religione e gli dèi che avevano protetto Roma, si tollerasse che ognuno si desse alla ricerca della verità seguendo la propria via. C'è stato chi ha giudicato quel discorso il canto del cigno della religione pagana. Con esso, forse, Simmaco sarebbe riuscito a convincere i suoi augusti interlocutori, se non avesse trovato sulla sua strada la terribile opposizione di Ambrogio che pure era suo parente e, un tempo, condiscepolo e amico. Il vescovo, affermando con forza il suo diritto d'interloquire in cose di religione, prima scrisse all'imperatore, ricordandogli senza perifrasi il suo dovere di cristiano e arrivando fino a minacciarlo di «scomunica», in caso contrario. Poi, fattosi recapitare il testo del discorso di Simmaco, si premurò di confutarlo puntigliosamente, passo per passo, senza rinunciare alle frecciate e all'ironia («Dov'era allora Giove» - si chiese alludendo all'attacco dei Galli al Campidoglio sventato dallo starnazzare delle oche - «Forse parlava dal becco di un'oca?») e opponendo al «ricatto morale» dell'avversario, il suo, ben più efficace.
Ambrogio l'ebbe vinta; anche per l'impossibilità di metterglisi contro da parte di Valentiniano e di Giustina, che temevano una sua eventuale intesa, per reazione, con l'usurpatore Massimo, in Occidente, e con l'imperatore d'Oriente, Teodosio. La richiesta di Simmaco fu respinta, forse senza nemmeno una risposta; con un silenzio che equivaleva al rifiuto. E la statua della Vittoria (che già una volta era stata rimossa da Costanzo II e poi ricollocata al suo posto da Giuliano l'Apostata e tollerata da Valentiniano I, padre di Graziano e di Valentiniano II) non fece mai più ritorno nella Curia. Roma pagana era definitivamente tramontata: cominciava la nuova era della Roma cristiana.

Romolo A. Staccioli