Magazine dicembre 1998

Trimestrale di informazione e di discussione culturale a cura dell'Archeoclub di Roma

il cavallo d'ottobre

Una singolare cerimonia aveva luogo nell’antica Roma il giorno delle Idi – ossia il 15 – di ottobre. Chiamata October Equus, "il cavallo d’ottobre", aveva il suo momento fondamentale nell’uccisione rituale di una cavallo: quello di destra del cavallo che aveva vinto un’apposita gara di corsa. Il sacrificio era destinato a Marte inteso non come dio della guerra, bensì come tutore e guardiano dei campi coltivati e protettore della loro fertilità. Scopo: il ringraziamento per l’ottenuta prosperità delle messi e l’invocazione della protezione divina per la nuova semina. Le cerimonie si svolgevano nel Campo Marzio: in particolare, la corsa dei carri che precedeva il sacrificio, nell’ippodromo detto Trigarium (per l’uso arcaico di far correre tiri a tre cavalli o trigae), ubicato lungo la sponda del Tevere nel tratto compreso tra gli odierni ponti Sisto e Vittorio Emanuele II (in corrispondenza e con lo stesso andamento assiale dell’odierna via Giulia). L’uccisione del cavallo aveva luogo nel vicino Tarentum (ove oggi è piazza Pasquale Paoli), il santuario delle divinità degli Inferi, Dite e Proserpina, in un punto detto ad Nixas, dove doveva trovarsi un sacello (o forse un ninfeo) con le statue delle due Nixae, Ilizie, protettrici delle partorienti.

A cavallo ucciso veniva recisa la coda poi portata alla Regia del Foro Romano, di corsa, perchà © il sangue, non ancora coagulato (e simbolo delle forze vitali della natura), potesse sgocciolare sul fuoco acceso nel sacrarium Martis, la"cappella" dov’era conservatolo scudo del dio "piovuto" dal cielo e condotto in processione dai Salii (i sacerdoti "salterini"), a passo di danza, per le vie della città, insieme alle copie fatte fare per confondere eventuali profanatori, il giorno 19 del mese di marzo, quando si festeggiavano la nascita di Marte e l’arrivo miracoloso dello scudo. Le ceneri del fuoco sacro venivano poi raccolte dalle Vestali che le utilizzavano, insieme ad altre, per preparare il suffimen necessario ai "suffumigi" dei riti purificatori celebrati il 21 Aprile nella feste delle Paliliae. La testa del cavallo invece, ugualmente recisa, veniva contesa tra gli abitantidella Suburra (Suburanenses) e quelli del "quartiere" della Via Sacra (Sacravienses): se vincevano i primi, essa finiva appesa alla Torre Mamilia, un’altra costruzione, nella stessa Suburra, appartenente alla gens che si diceva discendere dal fondatore di Tusculum Mamilius; se vincevano i secondi, la testa veniva affissa a un muro della Regia. Il rito dell’October Equus era idealmente collegato a quelli che annunciavano l’avventi della primavera: gli Equirria, del 27 febbraio e del 14 marzo, durante i quali si facevano corse di cavalli e forse di carri nel Trigarium (e, qualora questo fosse inagibile per un’inondazione del Tevere, in un luogo del Celio – dov’è ora l’Ospedale militare – detto Campus Martialis). Nell’insieme, si trattava dunque delle feste che chiudevano l’anno agrario e poi aprivano quello nuovo. Al tempo stesso, però esse finivano per accompagnare i riti – più o meno contemporanei – della chiusura, in autunno, e dell’apertura, in primavera, della stagione della guerra. D’inverno, infatti, anche le armi come la natura, si "assopivano" e pertanto venivano riposte, non senza che prima si fosse provveduto alla loro purificazione. C’era per questo, in autunno, la cerimonia lustralio – o armilustrium – che si svolgeva il 19 ottobre sull’Aventino, in un luogo (dove, secondo la tradizione, sarebbe stato sepolto il re Tito Tazio, ucciso dai Lavinati) press’a poco corrispondente all’odierna piazza dei Cavalieri di Malta (non a caso ornata dal Piranesi con rilievi di trofei d’armi) mentre il Vicus Armilustri è ora ripetuto, tale e quale, dalla via di Santa Sabina. A primavera, la cerimonia corrispondente prendeva il nome di Tubilustrium, poichà © oggetto della purificazione erano, in particolar, le trombe (tubae). Essa si celebrava il 23 marzo nell’Atrium Sutorium (cioè "dei calzolai") generalmente localizzato nel quartiere dell’Argileto ed era ugualmente dedicata a Marte (o, secondo altre versioni, a Minerva, intesa tuttavia come "personificazione" delle potenzialità mentali e culturali dello stesso Marte.