Il monumento che conosciamo è il
risultato di una lunga storia, i cui primi passi restano piuttosto
oscuri. Secondo Cesare D'Onofrio, uno dei maggiori romanisti viventi,
il Pantheon sarebbe sorto sul luogo dove, per le narrazioni delle fonti
arcaiche, Romolo "ascese" in cielo durante una cerimonia in Campo
Marzio, interrotta da un improvviso, violentissimo nubifragio.
Per secoli in quel luogo, nel giorno della scomparsa di Romolo, si
sono svolti riti e processioni che ricordavano quell'evento
sovrannaturale. Forse esisteva già un santuario, magari modesto,
dedicato a quelle pratiche. E quando nell'anno 27 avanti Cristo Marco
Vipsanio Agrippa eresse il Pantheon, non scelse a caso il teatro
tradizionale dell'apoteosi del fondatore di Roma: Agrippa era il genero
e l'architetto principe di Augusto, il quale voleva apparire come il
nuovo Romolo, il nuovo fondatore della fortuna universale dell'Urbe. Il
tempio fu dedicato alle sette divinità planetarie. È
molto tarda, medievale, la fantasiosa leggenda dei simulacri di tutte le
province dell'Impero raccolti nell'interno, che per magia segnalavano i
focolai di rivolta o le minacce esterne. Parecchie, a volte
contrastanti, sono le congetture sulla forma complessiva e le
dimensioni dell'edificio di Agrippa; certamente era rotondo, come oggi,
e poiché la memoria popolare ha radici tanto profonde quanto
inestirpabili, risale probabilmente all'origine il nome, la Rotonda,
col quale i romani hanno sempre indicato il monumento: ancor oggi,
è questo il nome della piazza antistante. Comunque fosse, il
primo Pantheon subì incendi e altre calamità. fu
restaurato due volte finché Adriano, il grande
imperatore-architetto, lo rifece forse per intero. Anche qui i dati sono
insicuri, quasi certamente si deve a Adriano il bel pronao con sedici
grandi colonne, mentre le dimensioni della vera e propria "rotonda"
furono ampliate fino a sostenere la superba cupola in calcestruzzo una
tecnica d'avanguardia-, probabilmente realizzata riempiendo di terra il
vuoto sottostante.
Concluso il rifacimento, Adriano volle modestamente ricordare
l'architetto originario, e ripristinò sul frontone l'iscrizione
commemorativa di Agrippa "M. AGRIPPA L F COS TERTIUM FECIT" (Marco
Agrippa, figlio di Lucio, Console per la terza volta, edificò) ,
in bronzo, quale oggi si vede:

l'attuale è tuttavia una copia di fine Ottocento,
al posto dell'antica scritta che fu depredata in una delle tante razzie.
Il Pantheon di Adriano ha le mura spesse sei metri e venti centimetri,
con l'interno armoniosamente scandito da nicchie alternativamente
rettangolari e semicircolari; le pareti sono ancora in gran parte
decorate da marmi che venivano da tutte le cave dell'Impero. Il
diametro e l'altezza dell'interno sono uguali: misurano
quarantatré metri e trenta centimetri, pari a cento cinquanta
piedi romani: vuol dire che nell'ambiente si potrebbe inscrivere una
sfera di quel diametro. Già questo calcolo consente di supporre
che il tempio esprimesse un simbolismo cosmico; e l'ipotesi è
rafforzata dal fatto che l'asse dell'edificio ha un leggero scarto
rispetto alla direzione nord-sud, evidentemente voluto perché la
differenza permette l'osservazione di un fenomeno
astrologico-calendariale: alle 12 del 21 giugno, solstizio d'estate, il
raggio di sole, che attraversa il grande "occhio" della cupola, cade al
centro del portale d'accesso; con l'avanzare dei mesi il raggio sale,
ma sempre nella stessa direzione. Insomma il Pantheon era un tempio
"solare", e come tale si presentava ai visitatori, immediatamente
investiti dal calore e dalla luce dell'astro. È probabile che
"l' occhio" così grande, quasi nove metri di diametro, servisse
anche a osservazioni astronomiche notturne.

Venne trasformato in chiesa sotto
papa Bonifacio IV che, nel 609 d.C, lo dedicò alla Madonna e a
tutti i Martiri. Proprio a causa di questa sua nuova utilizzazione
l'imponente monumento è riuscito a conservare inalterate le sue
linee essenziali e a giungere fino a noi praticamente integro.
Capolavoro di maestria e tecnica dell'architettura romana, il Pantheon
possiede la cupola più grande che sia stata costruita: ha infatti
un diametro di ben 43 metri. Sebbene la cupola vera e propria inizi dal
secondo cornicione, a prima vista si potrebbe credere che tutta la
struttura della cella sottostante sia stata creata come tamburo per la
magnifica copertura. Un'antica leggenda narra che durante la sua
costruzione il tamburo venne interamente ricoperto di terra, che
asportata successivamente avrebbe formato la collina di Montecitorio.
Esternamente la calotta è rivestita in piombo, ma in origine era
riccamente coperta con tegole di bronzo dorato; fu spogliata del
prezioso materiale da Costante II nel 633, e noi possiamo ormai soltanto
immaginarla bella e scintillante nella calda luce romana. Se l'esterno
è decisamente sobrio, di ben altra consistenza è il suo
aspetto interno. Possiamo ammirare infatti una serie di ventotto
cassettoni sovrapposti in cinque ordini, che gradatamente si
restringono fino a raggiungere, nella sommità, un diametro di
soli 9 metri. E parallelamente diminuisce anche la consistenza dei
materiali usati, che diventano progressivamente sempre più
leggeri. E proprio nella parte più alta si trova l'anello aperto,
il cosiddetto «occhio». Anche all'«occhio»
è legata una leggenda medioevale, secondo la quale veniva
considerato come antica sede della grande pigna di bronzo, che si trova
attualmente nel cortile omonimo in Vaticano.
II Pantheon è il monumento romano che vanta il maggior numero di
primati. Ha la cupola più grande di tutta la storia
dell'architettura; è il meglio conservato fra gli antichi edifici
dell'Urbe; è l'unico - tra questi - ad aver mantenuto fino a
oggi, in due millenni, la stessa funzione (religiosa) per cui fu
costruito; è l'opera architettonica dell'antichità
più copiata e imitata, non soltanto in Italia: alle sue forme si
ispirarono Andrea Palladio, gli architetti georgiani, i neoclassici e i
loro molti seguaci, fino a gran parte dell'Ottocento.
Carico di tante glorie, il Pantheon troneggia serenamente davanti alla
preziosa fontana con l'obelisco egizio, e dalle sue linee così
armoniche si sprigiona un senso di incrollabile stabilità. Certo,
l'edificio quale lo vediamo oggi, pur così bello, è come
se fosse spogliato. I decori più scintillanti che lo
arricchivano in origine sono infatti scomparsi: mancano fra l'altro le
tegole in bronzo dorato che coprivano interamente la cupola, e il
grande rilievo bronzeo che sicuramente (restano i buchi per le grappe)
decorava il timpano. Immaginarlo com'era innesca un allettante gioco per
la fantasia visiva; ma anche "denudato", il Pantheon perde poco della
sua straordinaria imponenza. Lo scorticamento al vivo dell'opera in
mattoni, all'esterno del cilindro, consente di ammirare la perizia
ingegneristica dei costruttori, con quei possenti archi di scarico che
sostengono il peso della mole.
Nel 1892 l'architetto francese George Chedanne scoprì ad una
profondita' di circa due metri e mezzo sotto il pavimento del pronao una
piattaforma costituita di spesse lastre di travertino e lastre sagomate
di marmo ai lati per un totale di m 43,76 per 19,82 misure superiori a
quelle dell'attuale portico che misura m 33,20 per 13,50. Sotto
l'avancorpo alla stessa quota si addossava una seconda platea
più stretta di m 21,26 per 10,20 e al di la' di questa, sullo
stesso asse, era presente un'area circolare, limitata da una parete in
reticolato e pavimentata con lastre marmoree. Infine ad una quota
intermedia di m 1,85 al di sotto del pronao, venne scoperta una area
pavimentata (sempre in marmo) con una leggera pendenza verso ovest.
Probabilmente la grande rotonda costituiva la cella del Pantheon di
Agrippa, con copertura lignea a tetto, e la platea più piccola
del pronao. Il secondo pavimento marmoreo sotto il pronao fu attribuito
ad un restauro intermedio da parte di Domiziano.
Per quanto riguarda la contmporaneità' delle tre strutture,
rotonda avancorpo e pronao, gli scavi eseguiti da Colini e Gismondi
mostrano differenze di metodo nella costruzione delle varie parti. La
rotonda infatti giace su una fondazione continua ad anello di opus
coementicium con scaglie di travertino larga m 7,20 l'avancorpo su una
fondazione a platea simile, ma posteriore a quella circolare
perchè vi si appoggia seguendo i vuoti delle nicchie e della
porta. Il portico per finire non ha una fondazione omogenea in quanto
presenta blocchi di travertino sui quali poggiano le colonne frontali, e
muri di calcestruzzo paralleli all'asse del tempio sui quali poggiano
le altre file di colonne. Questa diversità di metodi fa si che
siano nate due correnti: una secondo la quale il portico risulta essere
posteriore all'avancorpo' appoggiata dal Beltrame, e l'altra sostenuta
da Colini e Gismondi, i quali affermano che il portico e l'avancorpo
sono contmporanei e che le diversità siano state dettate
esclusivamente da ragioni costruttive.