Trimestrale di informazione e di discussione culturale a cura dell'Archeoclub di Roma
3 Luglio-Settembre 1999 - Anno diciottesimo

La via Alessandrina

E' spiacevole dover registrare ancora una volta come la cultura di certa archeologia - per di più rivestita d'autorità - permanga nella sua arretratezza nel considerare subordinato al feticcio di un dato resto del passato ogni altra sopravvivenza,più o meno rilevante che sia. Mentalità e metodi riferibili a siffatto comportamento non pare abbiano subito sostanziali cambiamenti nel tempo, mentre una più matura riflessione sui propri compiti e responsabilità avrebbe dovuto condurre uomini ed istituzioni a una vera e decisa svolta circa la comprensione storica del tessuto urbano e dell'attuale importanza delle sopravvivenze superstiti. Così è ancora valida nel suo pieno monito l'amara denuncia di Antonio Cederna di fronte a certe operazioni definite "macabro rito che spinge gli archeologi a redimere il nocciolo più antico facendo piazza pulita di tutta la storia urbana intermedia".
Purtroppo il danno subito è enorme; ma al presente di esso continua, portando fino in fondo un processo cui andrebbe ben posta fine. Potrebbero salvarsi ancora non poche cospicue memorie che sono testimonianze vive e determinanti delle continuità di trascorsi non sempre cancellati del tutto. E qui vogliamo riferirci in particolare, ai criteri che tuttora dominano nella attuale operazione di "liberazione" degli antichi Fori imperiali. Anche qui, fin da principio, una partenza sbagliata ha portato a sopprimere un segno fondamentale della struttura medievale dell' Urbe che, fino allora, era stato pur sempre rispettato:la via del Foro Romano, ai piedi del Campidoglio, la quale collegava tradizionalmente l'Esquilino alla Ripa in un percorso -grosso modo-sul tracciato "Argiletumcloaca Maxima".
Lo stesso pericolo - a chiusura di un ciclo perverso - corre ora la cinquentesca via Alessandrina, tra Foro di Nerva e Foro di Traiano: essa è parte essenziale della via papalis che, proprio in quel tardo Rinascimento,rimaneva lo storico collegamento tra S.Giovanni e S.Marco, prima di proseguire per Ponte S.Angelo: comprendendo lo "stradone" sistino di via S.Giovanni in Laterano e la sangallesca via del Colosseo, proprio la via Alessandrina, sistemata durante il pontificato di Pio V era di quel percorso la tratta più significativa, poichè rappresentava non soltanto un semplice ripristino dell'importante arteria urbana medievale e rinascimentale, ma costituiva nel contempo l'asse principale dell'intero quartiere che il nipote del papa - il "Cardinale Alessandrino" Michele Bonelli - aveva rifondato sul sedime bonificato della "zona dei Pantani" ove la via papale era frattanto restata interrotta.
Il quartiere così rinnovato (sulla spianata sottostante il nucleo medievale di Monte Caprino), nel suo particolare impianto urbanistico rinascimentale è uno dei due esempi di affine formazione e assetto urbano della seconda metà del Cinquecento a Roma; l'altro è Borgo pio (per fortuna ancora esistente), compreso da Pio IV nell'ampliamento murario tra Castel S.Angelo e Porta Angelica, quando in una situazione di pari precarietà di affidamento del sottosuolo si rinunciò a fortificare il recinto dei borghi vaticani al di là del "Passetto". Sia l'Alessandrino che Borgo Pio, entrambi completati da Pio V, sono stati sinora poco studiati e poco si sà circa i loro autori: i quali però,per l'accennata affinità di situazioni e di impianti,non possono che riferirsi a quegli esperti tecnici che avevano operato con i più celebri architetti dell'epoca impegnati nelle fortificazioni - dal Sangallo all'ultimo Michelangelo delle sistemazioni sotto il "Belvedere", a Francesco Laparelli, noto autore delle fortificazioni di Malta - "tra ingegneri soldati e inizi dell' età manieristica".
Con la sistemazione della via dell'Impero, che venne a tagliare di sbieco il quartiere Alessandrino, tutto l'insieme venne raso al suolo; ma di tale quartiere cospicui resti, costituiti da quanto esistente al di sotto del livello stradale, sono emersi ora in completa evidenza; nell'intera zona esplorata sono venute a giorno le strutture murarie dei piani interrati, tanto da poter rilevare puntualmente la consistenza e la forma dell'impianto originario. Tuttavia per una radicale esplorazione del Foro di Traiano pare che non vi sia stato il dovuto rispetto nei confronti delle ritrovate strutture edilizie sulle quali incombe la minaccia d'essere definitivamente compromesse; nè risulta che lo "scavo stratigrafico" abbia consentito di studiare e porre in luce il sistema di drenaggio delriempimento cinquecentesco delle corrispondenti opere per il ripristino della Cloaca Massima effettuate a quel tempo.
Residua appena, restando isolata - ma proprio per questo tanto più significativa - la via Alessandrina nella sua ristrutturazione ottocentesca, mentre resta sospesa una oscura incertezza circa un serio programma di riassetto urbanistico che ne assicuri comunque la sopravvivenza. Si potrà sperare fondatamente in qualche positiva resipiscenza degli archeologi nella tentazione del loro isolato, arretrato operare? Vogliamo comunque richiamare quanto ancora pesino gli errori del passato - che pare si vogliano tuttora pervicacemente ripetere - con un altro brano della schietta prosa del Cederna:"Il fatto che a Roma, come in qualunque altra città, tra i monumenti antichi e il passato, invece che acqua o terra o lava, ci fosse semplicemente la storia, fu considerata circostanza irrilevante. Fu un equivoco madornale. L'archeologia pretese di trasformarsi in urbanistica, l'urbanistica in lavora di scavo: gli archeologi improvvisati urbanisti e gli urbanisti improvvisati archeologi, accecati da un'unica fissazione quella di eliminare ogni diaframma tra l'antichità e il proprio fanatismo, svilupparono una specie di occhio radiografico puntato esclusivamente sul rudero nascosto, affatto ciechi per il quartiere rinascimentale o la chiesa barocca che lo copriva. L'ammirevole stratificazione dei secoli(quei "secoli di decadenza" che bisognava scrostare dal carattere e dalla stirpe degli italiani), cioè la Roma medievale, rinascimentale, barocca e neoclassica, fu considerata alla stessa stregua di un deposito alluvionale da rimuovere setacciare.

Vincenzo Di Gioia


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